. . . . il complicato non è il complesso . . . .

 


nel profondo universo della complessità biologica

 

COMPLESSITA'

 

                   Il grande fisico Murray Gell-Mann scriveva nel 1994:

I quark sono particelle elementari, gli ingredienti del
nucleo atomico. Io sono uno dei due fisici teorici che ne
hanno predetto l'esistenza: sono stato io a battezzarli
con quel nome. Il quark nel titolo del libro simboleggia
la semplicità delle leggi fisiche basilari che governano
l'universo e la materia in esso contenuta.

Il giaguaro rappresenta per contro la complessità del
mondo che ci circonda, specialmente quale si manifesta
nei sistemi complessi adattativi. Prese assieme, queste
due immagini, il quark e il giaguaro, mi sembrano
esprimere perfettamente i due aspetti della natura
che io chiamo "il semplice" e "il complesso": da
un lato le leggi fisiche che governano la materia e
l'universo e dall'altro il ricco tessuto del mondo che
percepiamo direttamente e di cui siamo parte. Inoltre,
come il quark è un simbolo delle leggi fisiche che,
una volta scoperte, appaiono chiare e distinte all'occhio
analitico della mente, così il giaguaro è, almeno per me,
una possibile metafora dell'elusivo sistema complesso
adattativo che continua a evitare un chiaro sguardo
analitico, anche se il suo odore acre è percepibile
nel sottobosco.

                                                                         IL QUARK E GIAGUARO
                                                                 Avventure nel semplice e nel complesso
                                                                       Bollati-Boringhieri 2000, pp.30-31

 

 

Abbiamo citato un passo di Gell-Man perché si tratta
di un fisico con interessi naturalistici e umanistici.
Una personalità complessa, quindi qualificata ad
occuparsi della complessità, della quale, da allora,
 molti fisici, biologi, informatici, scienziati cognitivi
 e  filosofi si stanno occupando.
 

Un'indagine sulla complessità non sfocia necessariamente
in
una teoria della complessità, e c'è persino da domandarsi
 se la complessità, in quanto tale, sia passibile di teorizzazione.
Una teoria infatti consta sempre di un sistema omogeneo e
organizzato di premesse e di parametri che necessitano
 di fondamento astratto e devono poter condurre a deduzioni
esprimibili in equazioni e valori matematici.

Ma sulla complessità, quella vera e profonda,
è possibile disporre di qualcosa del genere? 

*****

Il matematico e informatico Warren Weaver alla fine
degli anni '40  sosteneva che i sistemi dinamici
 sono di tre tipi: 1)Semplici, 2) Complessi organizzati,
 3) Complessi non-organizzati.
A rigore, solo il tipo 3) concerne la complessità,
mentre il 2) concerne la complicazione, che è  in
qualche modo sempre riducibile a qualche algoritmo.
Weaver precisava che i sistemi del tipo 3): 
<< . . . si caratterizzano per un numero estremamente alto
di variabili, ciascuna delle quali ha un comportamento
di tipo stocastico o sconosciuto. Questi sistemi possono
essere trattati soltanto in termini di proprietà medie
e di regolarità del loro insieme.
>> 
(American Scientist 1948)

Conclusione piuttosto ottimistica, perché è corretto
 domandarsi se sia vero che sia sempre possibile
trovare "regolarità d'insieme" in un sistema complesso,
poiché, se vi sono regolarità, in parte viene meno lo
stesso concetto di complessità. Dunque, la
complessità non è trattabile? Possiamo rispondere:
sì, lo è, ma se presenta delle regolarità è
abbastanza probabile che non lo sia
.


Nel 1950 il biologo-filosofo Ludwig von Bertalanffy
pubblicava un saggio intitolato
Lineamenti per una teoria generale dei sistemi
nel quale intendeva prender le distanze sia dal vitalismo
e sia dal meccanicismo, proponendo una nuova concezione

di ciò che può essere chiamato sistema complesso.
Intento lodevole, se non fosse che Bertalanffy pretendeva
di estendere il principio organismico a tutto l'essere,

in una generalizzazione estensiva dell'olismo
priva di fondamento per i sistemi fisici, che non

sono affatto autoorganizzantisi (o autopoietici)

Dovevano passare più di vent'anni perché un fisico
 (Murray Gell-Mann), un chimico (Ilya Prigogine) e poi
un filosofo (Edgar Morin) affrontassero da posizioni
differenti, ma molto ben fondate, il problema della

complessità, quella vera, quella perlopiù non-trattabile,
quella che va tenuta rigorosamente distinta tanto
dalle suggestioni di farne dei frattali quanto dalla
tentazione di generalizzare il caos deterministico.


Ciò che dev'esser molto chiaro è il netto spartiacque
tra la causalità lineare e la causalità non-lineare,
deterministica la prima e indeterministica
 la seconda. Nella prima il caso, se c'è, non riesce
a compromettere una previsione sul suo evolvere
poiché la necessità prevale, nella seconda vi è necessità
 ma il caso prevale. O, ancora in altri termini,  la prima
permette un approccio logico-matematico,
la seconda non lo permette.

Fatte queste premesse occorre aggiungere
che il panorama epistemologico degli ultimi decenni
 del '900, con il prevalere del pensiero di Popper
e di Lakatos, si è fatto estremamente equivoco,
Specialmente da parte del secondo è stato operato
un riduzionismo logico del tutto arbitrario, tale
da rasentare l'ideologia. Tale approccio pretende
di escludere dall'orizzonte epistemologico la
sperimentazione e l'induzione, definendo questa
addirittura "falsa". Va tenuto presente che l'induzione
resta alla base del lavoro di ogni ricerca scientifica,
in ogni suo operare e in tutti i campi del sapere.
L'atteggiamento di Lakatos evidenzia una
pericolosa deriva anti-scientifica di cui egli è
il climax novecentesco, ciò che qualcuno ha definito,
abastanza appropriatamente.
"teorismo" ideologico dei "nemici della scienza"


Sulla base di queste considerazioni passiamo
nella pagina seguente a leggere quanto scrive
sulla complessità un filosofo che si occupa da
tempo dei problemi concernenti la complessità
legandoli a quelli di pluralismo ontologico e di
causalità intricata, cioè non-lineare.

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